«Non è quel tempo. Eppure scrivo.»
(da Cosmic Latte, Marcos y Marcos, 2025)
Azzurra D’Agostino ha pubblicato varie raccolte di poesia (per cui ha ricevuto il Premio Carducci, il Premio Ciampi Valigie Rosse ed è stata finalista al Premio Viareggio-Repaci), e scrive per il teatro sia per adulti (Daria Deflorian, Francesca Grilli, Teatro dei Venti, Marco D’Agostin e altri) che per l’infanzia (Teatro dell’Argine e altri). Collabora alle ultime due performance dell’artista visiva Francesca Grilli, con cui ha avviato da alcuni anni un percorso creativo dialogico su vari progetti (in particolare ‘Sparks’ e ‘Record’, entrambe le performance con tournée pluriennali in tutta Europa). Ha pubblicato albi per l’infanzia e romanzi per ragazzi, la traduzione di un radiodramma su Hölderlin, libri a tema onirico-folklorico e un mazzo di oracoli basato sulla chiromanzia. Oltre a scrivere, conduce laboratori di poesia per persone di tutte le età ed è fondatrice dell’Associazione SassiScritti di Porretta Terme (BO).
1. La parola è parte di un linguaggio conoscitivo e creativo, definisce e scardina. Qual è una parola che ritieni abbia rappresentato la tua esperienza poetica?
C’è una parola che sta dentro le cose tutte che riguardano la mia scrittura, ma al contempo anche la supera per allargarsi nell’esperienza concreta e credo che sia “scoperta”, perché da un lato ogni volta che ho scritto ho scoperto qualcosa che prima non sapevo, ho visto le cose in modo nuovo, ho avuto un’esperienza conoscitiva in qualche modo oltre che estetica e anche etica. Sono tutte e tre molto legate, per me. Inoltre, grazie alla poesia ho scoperto nel concreto luoghi, persone, situazioni, modi di essere, possibilità di condivisione che non credo avrei incontrato alla stessa maniera e in qualche modo con la stessa rapidità. Quindi la scoperta come dono, rivelazione, ma anche modo di abitare il mondo. Per quanto riguarda invece una parola che ha importanza per me dentro proprio i testi forse è “incantamento”, la condizione di essere incantati, si dice anche quando sei un po’ imbabolato, perso da un’altra parte. C’è l’incanto che subisco dal suono, dalla rima, dall’eco, e quello verso le cose che si rivelano in improvvisa altra luce grazie allo sguardo della poesia: gli alberi, gli animali, le altre persone, un aspetto della vita. In questo senso sono io e non proprio io quando scrivo, sto in quello stato incantato dove percepisci tutto diverso e forse più a fondo, e questo si rivela poi in suono, in ascolto, in un uso del linguaggio diverso e potente.
2. Madri e padri del proprio percorso poetico: qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria e come essa ha influenzato la tua scrittura poetica?
Credo che quello che mi ha condizionata di più sia stato proprio questo aspetto quasi magico del suono, della sorpresa dentro l’immagine e dentro l’uso delle parole: fin dalla lettura delle canzoni stilnoviste, di Dante, Ariosto, a scuola, poi giù giù dentro Foscolo, Pascoli, Montale, Ungaretti, poi Rosselli, anche Penna da adolescente. E tanti dialettali: le poesie in dialetto sono formule magiche, richiamano un mondo altro col loro stesso esistere, spostano le cose e hanno questi suoni diversi così potenti e musicali. Sono grata a Nino Pedretti, Franco Loi, e molti altri. Per il senso, alcune poete in traduzione, parlo delle prime letture da ragazza, la scoperta di Sexton, Plath, poi più tardi Wallace Stevens, tantissimo Rilke, Celan, passando dal poter attingere alla vita di tutti i giorni per arrivare a una poesia sapienziale, piena di filosofia o meglio, di visioni.