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A quarant’anni dalla 194

Autrice
Orlando Orlando

Rivendicare il diritto all’aborto e combattere il fascismo per l’autodeterminazione sessuale e riproduttiva

Tornano – o purtroppo son sempre stati lì? – i fondamentalisti contro l’aborto: neo e/o vetero che siano, i “movimenti per la vita” (leggi: cristiani cattolici contro la libera scelta delle donne) e i fascisti convergono sull’attacco ai nostri diritti sessuali e riproduttivi. Compare un inquietante maxi-cartellone in via Gregorio VII, viene rimosso ma l’escalation continua: uno striscione contro l’aborto viene appeso all’esterno della Casa internazionale delle donne. Prima i cattolici, poi i fascisti: manifestazione di un paese che si trova a resistere contro forze politiche violentemente conservatrici.

Il maxi-cartellone dei “pro-vita” fa propaganda ideologica, lo striscione di Forza Nuova aggiunge la minaccia squadrista ed esplicita i termini del conflitto. Non a caso i fascisti hanno affisso il loro terribile striscione sulla cancellata dalla Casa Internazionale delle donne, esplicitando il loro obiettivo: nella crociata contro l’aborto si installa un ancora più temibile attacco all’autodeterminazione delle donne, ai femminismi tutti. Non hanno scelto il Ministero della Salute, né un ospedale o un consultorio stavolta. Perché? Perché la loro ossessione non consiste solo nel combattere l’aborto legalizzato all’interno del sistema sanitario nazionale, la loro ossessione è la possibilità che le donne scelgano di non compiere alcun lavoro riproduttivo: quando dicono “la 194 è una strage di stato” i neofondamentalisti dicono “non voglio che tu sia libera, voglio che tu sia piegata all’ordine riproduttivo della nazione”.

Ancora peggio se analizziamo il maxi-cartellone dei Pro-vita, la cui strategia comunicativa rimuove completamente la presenza della donna che porta avanti la gravidanza. Non c’è alcuna donna, anzi, al suo posto ritroviamo dello spazio vuoto intorno al feto. E quanto mistificante è l’immagine di un feto così simile a un bambino già nato, che addirittura già “si succhia il pollice”? Quando i neofondamentalisti dicono “tu eri così a 11 settimane” stanno in realtà dicendo “le donne non esistono come soggettività autonome, esistono come incubatrici della specie (e sempre della Nazione)”.

Occorre quindi ricordarlo: nel 1975 con la sentenza 27 la C. Costituzionale ha abrogato l’art. del codice penale fascista che condannava l’aborto, affermando: «Non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare».
Non si torna indietro, nessuno spazio concesso al dubbio: l’embrione non è una persona, come una ghianda non è una quercia (A defense of Abortion, J. J. Thomson).
Dobbiamo cogliere i nessi, è di cruciale importanza: dobbiamo rivendicare il diritto all’aborto, all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva, perché dobbiamo ribadire la nostra piena autonomia soggettiva e collettiva. In questo paese i neofondamentalisti cattolici tessono pericolose alleanze con fascisti, razzisti e neoliberisti. Come se non bastasse, i “pro-vita” si affiancano ai “no-gender”, alla retorica della famiglia nucleare bianca e normalizzata: che le donne tornino tra ferri da stiro e culle ad aspettare gli uomini, che nessuno si attardi in sessualità non riproduttive, che scompaiano (almeno dai libri…) le soggettività LGBTQ e gli orientamenti non eterosessuali.

R/esistiamo

E le foto sui social di Elisa Isoardi che si fa ritrarre mentre stira le camicie di Salvini sono preoccupanti tanto quanto lo striscione di Forza Nuova e il cartello dei Pro-Vita, istantanee di forze politiche che vogliono condannarci all’immobilismo, confinarci in ruoli di genere asfissianti ed eteronormati. Perché questo è il paese con l’obiezione di coscienza al 70%, dove non si fa nulla in materia di salute e libertà sessuale nelle scuole, dove si multano fino a 10.000 euro le donne che abortiscono fuori dal pubblico. È il paese in cui il movimento per la vita è entrato in consultori e ospedali pubblici grazie allo stesso art. 2 della l. 194, istituendo i CAV, centri aiuto alla vita, in cui si svolgono progetti per convincere le donne a portare a termine la gravidanza (i Gemma, che consistono nel procurare un assegno mensile pari a 160 € al mese alla donna che decide di non abortire). Ancora, è questo il paese in cui nessuno spazio è accordato alla riproduzione non eterosessuale o fuori dal perimetro della famiglia, visto che la l. 40 ancora vieta l’accesso alle tecniche di fec. Ass. a lesbiche, gay e single. La riproduzione non è per tutt*, e la schizofrenia del sistema ormai è evidente, da ogni parte dispositivi biopolitici tentano di imbrigliare le nuove forme di vita: imporre alle eterosessuali la riproduzione rendendo oltremodo difficile abortire in modo libero-sicuro-gratuito, negare a gay, lesbiche e trans* di riprodursi quando ne avvertono il desiderio. Tutto ciò è insopportabile. Ad aggravare la situazione la totale assenza di un welfare basato sulla singola persona, che permetta l’autodeterminazione anche e soprattutto a livello materiale. E dulcis in fundo, è questo il paese del Fertility Plan che ci invita a “ritornare ad una crescita della popolazione, che garantisca il futuro riproduttivo del nostro Paese”.

Rispediamo l’invito, il ferro da stiro e la cucina al mittente. Solo NO, senza grazie. Perché noi R/ESISTIAMO. E non ci limitiamo a reagire agli attacchi in corso, rivendichiamo moltopiùdi194, rivendichiamo la pienezza del diritto all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva: preti-obiettori-movimenti per la vita fuori da ospedali e consultori pubblici! Ru486 non in regime ospedaliero e fino a 63 giorni! Eliminazione dei sette giorni di riflessione! Contraccezione gratuita!
Abbiamo istanze che non siamo disposte a barattare (leggi: salute e libera scelta non si toccano!), desideri su cui non vogliamo concertare: il futuro non è la promessa aleatoria condensata nell’immagine di un bambino mai nato. La cura non esiste solo nel rapporto “mammà-bebè-papà”, non è la biologia a stabilire le geografie dei nostri affetti.

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